Non puoi non comunicare

Non puoi non comunicare

di Emanuela Crotto

PAUL WATZLAWICK

“Non puoi non comunicare” sono le parole di Paul Watzlawick(1921-2007) psicologo austriaco esponente di spicco della Scuola di Palo Alto, una corrente psicologica statunitense che trae il suo nome dalla località californiana dove sorge il Mental Research Institute centro dove fu messa in pratica la terapia breve e in seguito la terapia familiare.

Torniamo a noi! Cosa vuol dire che “non puoi non comunicare”? Molti pensano che comunicare si riferisca alle parole che usiamo per interagire con chi ci circonda e che una buona comunicazione sia essenzialmente legata ad un buon uso del proprio vocabolario. 

In realtà tutto di noi è comunicazione: i nostri vestiti, la nostra andatura, le espressioni mimico facciali, il silenzio… sì certo il silenzio, cioè l’assenza di comunicazione è essa stessa una comunicazione, forse una delle più forti ed efficaci!

PENSATE A WHATSAPP

Pensate a WhatsApp, a quando scrivete a qualcuno che vi piace e le spunte grigie non diventano blu! Che rabbia! Che delusione! Che tristezza! Cosa vuole dirci? Non visualizzarci è una risposta… vuole tenerci sulle spine? vuole farci capire che non siamo una priorità o che non vuole che gli scriviamo? 

Anche il visualizzare e non rispondere o il vedere i nostri stati e non scrivere è una forma di comunicazione. 

Ti osservo! Ecco cosa ci leggo io. Sì ma perché? Ti interesso, ti faccio ridere, ti incuriosisco,… insomma cosa vuoi dirmi?!

ESSERE “SOCIAL” VUOL DIRE COMUNICARE?

Quando sto per postare qualcosa su Facebook o un altro social mi fermo sempre un paio di secondi a fissare l’immagine: sarà sbagliato farlo?

Il mio timore più grande è che chi sta dall’altra parte non capisca cosa io voglia dire e cominci a giudicarmi gratuitamente. 

“Se non vuoi essere giudicata non farti vedere” mi sussurra una vocina interiore.

Sugli stati di WhatsaApp è più facile vedere che mi visualizza.

Tra loro c’è chi è il reale destinatario della foto perchè devo ammettere che il mio scopo è comunicare qualcosa a qualcuno. La mia famiglia che non vedo mai, quell’amico con cui ho perso i contatti, la migliore amica i cui incontri sono diventati più difficili. È come dire “Ehi! Sono qua! Ciao!”.

“Ma allora perchè non gli scrivi direttamente?!” ricomincia la vocina.

No! No! Per carità… troppo diretta. Risulterei noiosa e invadente! È più discreto così: pubblico delle immagini che sono di interesse per quella persona, quando mi visualizza provo la sensazione di quando con i primi cellulari ricevevo uno squillo “ti penso/ti guardo” e se posto qualcosa di particolarmente bello avrò il premio di una risposta/interazione.

Molto meno stressante di chiamare qualcuno che non ha tempo, parla solo della sua vita, si sente dal tono che ha altro da fare o non capisce perchè la vuoi sentire.

ESSERE SOCIAL: LA SOTTILE ARTE DI RICHIESTA DI ATTENZIONI

I detrattori etichettano chi è social come esibizionista. Ho pubblicato anch’io i pancake cucinati assieme alla mia coinquilina quindi volevo attenzioni? Con quel video in un certo senso sì perché ero lontano da casa e da chi mi vuole bene, un pò mi sentivo persa e sapere che qualcuno “guardandomi” condivideva i piccoli momenti della mia giornata mi faceva sentire “insieme”.

“Quindi non stai bene con te stessa? Hai bisogno degli altri per sentirti a tuo agio? Fammi capire: se quell’amico con cui hai interrotto i rapporti o quel familiare che vedi a matrimoni e funerali ti visualizza ti senti amata?” incalza la vocina.

Certo che messa in questi termini mi sento male. No, mi sento simpatica, brava… insomma non lo so come mi sento però mi piace.

È un tale dramma se con un piccolo gesto mi sento all’interno di interazioni umane per quanto superficiali e fasulle?

“Quindi quando posti una foto con i tuoi amici è una specie di vetrina per ricordare al tuo pubblico che sei amabile?”.

Questa vocina comincia ad essere fastidiosa… ma la pulce nell’orecchio ormai me l’ha messa. Forse affrontare il freddo per un caffè in un  bar che non mi piace per ascoltare fatti di cui non me ne importa nulla sia la vera strada per costruire rapporti reali? Ad uno stato non posso rispondere ma agli occhi che mi fissano e attendono risposta non posso sfuggire.

QUESTO PERÒ COSA CENTRA CON LA COMUNICAZIONE?

Io posso comunicare anche con chi non piace.  Da una parte mi sembra di andare fuori tema ma dall’altra sento che comunicazione-rapporti sociali-social ha un senso. 

Sto cercando di uscirne bene da questo discorso come chiunque si trovi a difendere la foto della pizza della sera prima davanti ad uno scettico: veramente difficile sostenere che lo si sia postato per un giusto motivo! A meno che la giusta motivazione non la vogliamo ricercare nell’ “uomo come animale sociale” di Aristotele dove la socialità viene vista come un istinto primario.

Allora il mio bisogno di aggregazione e di condividere con il gruppo e di cercare persone a me affini lanciando nell’etere un “Guardami! Anch’io sono una gattara proprio come te!” comincia ad avere se non un senso almeno una spiegazione.

Il mio istinto alla sopravvivenza mi dice che avrò maggiori chance se stabilisco relazioni durature con un gruppo di miei pari e simili; venendo a mancare discoteche, palestre e parchi dove intercettare suddetti primati segnalando la mia presenza con sneaker alla moda o colori di capelli particolari in che modo posso attirare l’attenzione se non con un grido fotografico che inneggia al consumo spassionato di carboidrati o al simpatico miagolio del mio felino dentro al cassetto.

La macacha dentro di me si sente già meglio! Il processo di urbanizzazione crescente ha tolto la giungla ai miei cugini scimmieschi e in un certo senso gli alberi anche a me, è perfettamente logico che io abbia trovato alternative socialmente riconosciute ed accettabili per costruire delle interazioni! 

Il discorso si complica quando inciampo in un esemplare in carne ed ossa per strada. Non protetta più dallo schermo, provo ad utilizzare comunque il cellulare mostrando l’ultimo video caricato e il numero di follower che mi seguono nel vano tentativo di mostrare tutto il rispetto che la comunità mi porta e quindi invogliarlo a fare altrettanto. 

I suoi occhi sgranati e le sue espressioni di imbarazzo mi fanno capire che dovrò rispolverare tutte le mie esperienze pre-Iphone e iniziare un dialogo.

Se è impossibile non comunicare allora diventa necessario farlo bene!

10 ELEMENTI DEL DIALOGO FALLIMENTARE

Gli elementi del dialogo fallimentare sono tutte quelle modalità che mettiamo in atto e che, nonostante le nostre buone intenzioni, possono compromettere il nostro messaggio e avere effetti indesiderati. 

  1. PUNTUALIZZARE

Il puntualizzatore parte dal presupposto che “bisogna essere chiari” in modo da evitare (secondo lui) sofferenza a sé e agli altri. Mettendo il puntino sulle “i” su situazioni, emozioni e sensazioni finisce per risultare un rompiscatole. Proprio il suo cercare di prevenire equivoci infastidisce l’interlocutore che potrebbe essere spinto a contro-puntualizzare o ad usare altri ingredienti del dialogo fallimentare.

  1. RECRIMINARE

Incolpare chi abbiamo di fronte ergendosi a giudice inquisitore mette l’altro in condizione di sentirsi sotto accusa e quindi di difendersi inasprendo il conflitto.

  1. RINFACCIARE

Sottolineare il vantaggio che l’altro ne ha ricavato grazie alle nostre rinunce mette quest’ultimo in una condizione di debito forzato e la reazione può essere una rabbia incontrollata. 

  1. BIASIMARE

Uno degli elementi più subdoli perché sottolinea il “non essere mai abbastanza”. Esempio: “Hai cucinato un’ottima cena… ma come hai potuto non ricordarti che sono intollerante al lattosio?”.

Il “Sì” è accompagnato da particelle come “ma” o “però”, altamente squalificante per chi li riceve e di non essere mai in grado di soddisfare le aspettative.

  1. PREDICARE

Predicando ci poniamo come un predicatore che durante la funzione religiosa spiega cosa sia giusta e cosa non lo sia a livello morale.  L’effetto di rimbalzo spesso è garantito e la voglia dell’altro di trasgredire alle regole imposte  diventerà stuzzicante.

  1. VITTIMISMO

Da atteggiamento sporadico il ruolo della vittima può diventare un vero e proprio stile di vita. Deresponsabilizzandosi scarica la colpa sugli altri simulando un’aggressione inesistente. Tutto questo allo scopo di ottenere maggiore indulgenza, ascolto, affetto, protezione in quanto non si sente all’altezza di un confronto paritario.

  1. MUTISMO

Evitare qualsiasi forma di dialogo con l’altro punendolo per avere idee contrastanti alle nostre porta chi abbiamo di fronte ad interpretazioni del nostro pensiero spesso errate o a percepirlo come disinteresse nei suoi confronti quindi a rafforzare l’evitamento.

  1. “TE L’AVEVO DETTO!”

Tipica frase di chi aspetta l’errore dell’altro che, già frustrato e arrabbiato con se stesso, si sente rincarare la dose. Quando poi la cantilena compare ad ogni piccolo inciampo ci si sente continuamente umiliati provocando reazioni di rabbia, ira o rancore.

  1. “LASCIA, FACCIO IO!”

Un’espressione di squalifica travestita da gentilezza. Risulta sottinteso che l’altro non sia in grado di compiere un’azione nel migliore dei modi quindi, dall’alto della nostra magnanimità e competenza, subentriamo nello svolgere l’azione. Un aiuto non richiesto non solo è squalificante ma a lungo andare danneggia l’altro nella possibilità  di esprimersi e migliorarsi. 

  1. “LO FACCIO SOLO PER TE”

Questo gesto “generoso” sottolinea il sacrificio fatto per l’altro con una richiesta implicita di riconoscimento e gratitudine che fa sentire l’altro come un ingrato se la riconoscenza non viene subito espressa.

Ricordate che la comunicazione è un processo circolare dove, attraverso i feedback che lanciamo e riceviamo, possiamo influenzare e veniamo influenzati.

Scrivete su un biglietto gli elementi fallimentari del dialogo e mentre parlate tenetelo davanti… ecco ora provate ad evitarli! Difficile vero? 

Scrivete nei commenti qual elemento del dialogo fallimentare usate di più!

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Daniela

    Non è facile rapportarsi con gli altri, né di persona, né via social. Ma, secondo me, la cosa più difficile è avere un buon rapporto con se stessi. Conoscere le proprie fragilità e i propri punti di forza. Questo può aiutarci ad affrontare con una certa sicurezza “l’altro”. Dimenticavo: tendo a dire te lo avevo detto. Devo ancora lavorare su di me…

    1. Uno Studente in Casa

      “Te l’avevo detto” è anche uno dei mie cavalli di battaglia 😂😂😂, cerco di morsicarmi la lingua ma alla fine vince lui! Grazie per il tuo commento 😁

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