La società dell’incertezza

La società dell’incertezza

di Gerarda Colatrella

Ci sentiamo insicuri rispetto ad un futuro che non possiamo prevedere, incerti davanti ad un presente che oscilla continuamente, spaesati di fronte alla mancanza di punti di riferimento stabili.

Siamo davvero noi il problema o questi sentimenti hanno radici nella società in cui viviamo?

LA SPIEGAZIONE DEI FILOSOFI POSTMODERNI: IL VUOTO

Alcuni filosofi postmoderni parlano di una crisi delle certezze che avrebbe gradualmente messo fine ai grandi discorsi del passato dopo la seconda guerra mondiale.

La violenza e la distruzione avrebbero generato una vera e propria crisi della metafisica tradizionale, facendo incrinare le basi del pensiero attraverso le quali l’uomo dava risposta alle domande fondamentali sull’esistenza e sul senso della vita.

La caduta dei valori avrebbe così spianato la strada ad un deserto di senso che solo una nuova morale poteva colmare.

Ma questo vuoto è stato davvero riempito?

Se per qualcuno è stato arricchito con nuove visioni e ideali, per qualcun altro è stato piuttosto imbottito da un’accozzaglia di vecchi pensieri rimescolati tra loro.

Secondo i primi la coesistenza delle più diverse espressioni avrebbe dato vita ad un mondo eterogeneo in cui le idee si alimentano tra loro;

per i secondi, invece, avrebbe  generato un mondo ibrido e superficiale in cui ogni idea viene contaminata o banalizzata dalle altre.  

Entrambi, comunque, concordano sull’emergere di una certa disomogeneità di vedute.

Questa sarebbe stata accentuata dalle enormi innovazioni tecnologiche che hanno coinvolto l’universo dell’informazione e dall’emergere di un mondo globale in cui le lingue, le culture e le credenze si mescolano tra loro al di là dei confini. 

LA TEORIA DI BAUMAN: LA LIQUIDITÀ 

A tal proposito, è molto interessante la teoria di  Bauman che, a differenza di altri autori, rifiuta il termine “postmoderno” utilizzando invece il concetto di “modernità liquida” per indicare la labilità di qualsiasi costruzione nella nostra epoca.

A suo parere ciò che aveva sempre rappresentato una solida costruzione, nella modernità liquida si scompone acquistando un carattere di plasticità. 

Essere moderni significa essere “in divenire”, o per dirla con le parole del filosofo, trovarsi in uno stato in cui l’unica costante è il cambiamento e

l’unica certezza è l’incertezza.

Mentre nella fase “solida”, gli individui aspiravano o potevano aspirare al controllo del proprio futuro, in questa nuova fase il futuro rimane ignoto.

Infatti nella condizione di liquidità tutto è possibile, ma niente è garantito. 

Nella modernità le relazioni diventano precarie, le ideologie politiche si sfumano, le verità si relativizza.

Quali parametri restano invece intatti?

Probabilmente nessuno, dal momento che tutte le coordinate in cui l’uomo si muoveva, persino lo spazio e il tempo, vengono messe in discussione.

Basti pensare al ruolo che possono aver avuto Internet o l’alta velocità nello stile di vita e nel modo di pensare delle persone, facendo viaggiare le parole, le cose e i corpi a ritmi inimmaginabili fino a poco tempo prima!

I ritmi incalzano anche nel mondo del lavoro, dove i «lavori effimeri», o provvisori, hanno gradualmente sostituito i cosiddetti posti fissi, o lavori a tempo pieno.

La flessibilità diventa il nuovo ideale del lavoratore che deve essere in grado di prevedere le variazioni dell’economia e di conformarsi alle esigenze sempre nuove del mercato.

Cambiare più volte occupazione, spesso vuol dire essere disposti a cambiare vita, domicilio, interessi, abiti, etc.

E infatti, nella modernità liquida persino l’identità della persona si liquefa per adattarsi di volta in volta al nuovo vaso che deve contenerla.

Secondo Bauman questo genera un disagio nell’uomo postmoderno che non può più avere un’identità definita e stabile, ma deve costantemente trasformarsi a seconda dei differenti ruoli che interpreta.

Dopotutto quante identità indossa ognuno di noi? Quella che assumiamo nella famiglia, quella che adottiamo a lavoro, quelle che creiamo sui social e così via.

IL MIO CONSIGLIO: PIENEZZA E DENSITÀ 

La domanda a questo punto sorge spontanea: tutto ciò è positivo o determina soltanto caos e dispersione nelle nostre vite?

Io credo che ci sia sicuramente del positivo nella fine dei grandi racconti, come la  rottura di certi dogmatismi e la critica a varie formazioni ideologiche.

Di certo l’apertura e l’eterogeneità hanno dato un colpo all’intolleranza e alle rigidità di pensiero, ma non hanno forse condotto anche ad un estremo relativismo e ad una certa superficialità? Non è che abbiamo sostituito idee troppo rigide con slogan senza contenuto?

Opinionismo e tuttologia sono dietro l’angolo pronti a rovesciare la medaglia, così come l’illusione che il nuovo mondo sia necessariamente più libero e vario.

A mio parere se la globalizzazione mette in risalto le differenze, allo stesso tempo le appiattisce, facendo si che la diversità diventi solo esteriore;

se la società del consumo mette a disposizione una vasta gamma di possibilità, intanto indirizza le scelte e quindi le riduce. 

Oggi possiamo imparare le lingue più diverse eppure ci viene richiesto di adeguarci ad una lingua universale, possiamo conoscere migliaia di dialetti eppure il nostro si perde di generazione in generazione.

Siamo convinti che  la facilità con cui accediamo alle idee più disparate arricchisca le nostre vedute, ma con la stessa facilità il pensiero dominante entra nelle nostre menti per uniformarle.

MA ALLORA CHE SOLUZIONI ABBIAMO? 

Non ci rimane che capire in che modo orientarci in questo nuovo universo, in cui tutto è frantumato, in cui non c’è più un’unica strada da percorrere, ma migliaia di direzioni che possiamo intraprendere.

Sentirsi spaesati è più che normale e non dobbiamo spaventarci, ma cercare di trasformare lo smarrimento in un’opportunità: quella di ritrovarsi! 

Cercare dentro di noi la stabilità che fuori è venuta a mancare è ciò che possiamo fare per riprendere le redini della nostra vita e sentirci padroni dei nostri pensieri e delle nostre azioni.

Cercare dentro di noi qualcosa che resta fermo, qualcosa di solido, qualcosa di pesante che ci impedisce di farci trascinare dalla corrente.

E se non riusciamo a trovare questo nucleo denso e pieno, vuol dire che forse il vuoto da riempire è dentro di noi.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Daniela

    Concordo con il tuo pensiero. Specialmente in questo periodo mi pare che stiamo ritrovando in noi stessi valori e consapevolezze che credevamo perdute. Bisognerà vedere se la “liquidità” non riprenderà il sopravvento una volta finita l’emergenza.

    1. Uno Studente in Casa

      La società “solida” a mio parere presentava dei limiti perché il cambiamento era più lento e a volte per fino mal visto ( mi riferisco al lavoro, dove chi avesse continuamente cambiato ufficio avrebbe dato l’impressione di scarsa serietà); certo che la velocità di oggi è al limite dello stress; non si fa in tempo ad inserirsi in un ambiente lavorativo che sei già al momento dei saluti… Grazie Daniela per il tuo punto di vista! 😁😁😁

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